Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

TERNI E FRATE FRANCESCO
L' EREMITA DEGLI ARNOLFI
Santuario dell’Annunziata dell’Eremita degli Arnolfi di Cesi-Portaria
Chiesa della SS.ma Annunziata e cappellina di Santa Caterina d’Alessandria
Cappellina benedettina (o di San Francesco) e corpo conventuale
La spelonca di frate Francesco
La cisterna del Duca
SANTUARIO DELL'ANNUNZIATA DELL'EREMITA DEGLI ARNOLFI

SANTUARIO DELL'ANNUNZIATA DELL'EREMITA DEGLI ARNOLFI O DI
CESI-PORTARIA

Terni, Eremita degli Arnolfi o di Cesi-Portaria

 

 

A el 1213, Francesco d’Assisi, percorrendo tutta la provincia orientale di Terni, in compagnia di tre compagni, lasciato il contado di Narni, dopo una breve visita ad Amelia, a detta del Wadding, raggiunse il castello di Sangemini.
Durante la felice permanenza in Sangemini, frate Francesco, desideroso, come sua consuetudine, immergersi nella solitudine di qualche anfratto vicino, venne a sapere dell’esistenza di un romitaggio benedettino posto - narra Antonio da Orvieto (Cronaca, 1717) -, «su la cima d’un aspro, e rigido Monte», tra i borghi di Cesi e di Portaria, edificato intorno al sec. VII-IX, in onore dei Santi Procolo e Volusiano, Vescovi di Terni e di Carsulae, che nella pace del luogo ebbero la propria dimora.
Francesco, ottenuta la fatiscente cappellina dall’abate benedettino di “Porta Reale”, a detta di un anonimo secentesco, «lì fabricò con frasche e canne vicino uno più picciol ricovero contro l’ingiurie del tempo (...)».
Il Giullare di Dio, usando le parole dello Jacobilli, «in quest’Eremo dimorò molti giorni in santa contemplazione; e predicò a molti che ivi vennero ad udirlo, e visitarlo» (L. Jacobilli, Vite, II).
E fra i tanti, continua il suddetto cronista, un giovane nobile di Poggio Azzuano (Cesi - Terni), entusiasmato agli estremi dal persuasivo fervore dell’Apostolo umbro, «commosso dalla santità della sua vita e dalle virtù delle sue divine parole, lo pregò a riceverlo fra i suoi discepoli (...). Era costui Pietro Capitoni Cesi, figlio di Angelo Cesi, signore di Cesi, di Aquitano e di Poggio Azzuano». Pietro Cesi diverrà il beato Pietro dal Poggio, che su questo monte, con l’aiuto di suo fratello Angelo, edificherà, nel 1230, il primo conventino in pietra.
Quassù frate Francesco, immerso nella solitudine boschiva del monte, o nascosto tra le umide rocce della spelonca (che la tradizione ha sempre chiamato “Grotta di San Francesco”), compose la “Exhortatio ad laudem Dei”, autentico abbozzo del “Cantico di Frate Sole”, versi sciolti in lingua latina che il Santo, “di propria mano”, in occasione della riconsacrazione della cappellina benedettina, da lui stesso restaurata, scrisse su una tavola di legno, devotamente conservata (almeno sino al ‘500), nel sacro oratorio.
Nel 1213, frate Francesco, a detta della tradizione, si sarebbe trattenuto all’Eremita per due mesi e tre giorni. E prima di partire da quell’amatissimo luogo, presagendone gli eroici futuri, chiese che lì venisse avviata la costruzione di una chiesetta dedicata alla Vergine Annunziata, simile in dimensione e forma alla amatissima “Porziuncola” di Assisi.
Il Poverello di Dio tornerà a temprare il suo spirito nell’amena solitudine dell’eremo degli Arnolfi.
Nel 1218, frate Francesco, dopo aver raggiunto il popolo di Terni, pervenne ancora nel borgo di Sangemini, «e frate Elia era con lui», precisa Tommaso da Celano (I Cel., 69). Da Sangemini mosse poi alla volta dell’Eremita di Cesi.
Nel 1220-21, dopo la missione in Terrasanta, frate Francesco giunse ancora nel romitaggio di Cesi. L’ennesima visita sarebbe convalidata dalla presenza, tra le reliquie della chiesa, di un mantello, «da lui riportato d’oltremare, e che da’ frati ivi dimoranti, si conserva e si mostra», scrive Antonio da Orvieto. E forse proprio in quei giorni di permanenza, dopo una notte insonne causata dall’acuirsi della sua malattia, l’indomani, «Francesco fu condotto dal beato Pietro presso una fonte di Acquasparta». Il Poverello di Dio bevve quell’acqua prodigiosa e trovò giovamento (da allora la fonte venne chiamata “Fonte di San Francesco”); ed alla moltitudine di gente accorsa, espresse il desiderio di voler lì edificare un romitaggio con annesso lazzaretto. La richiesta fu accordata. In quel luogo sorgerà il convento “San Francesco” di Acquasparta.
Dopo la devastante cauterizzazione subìta a Fontecolombo di Rieti (1225), il Santo assisiate, segnato dalle sacre Stimmate, visitò ancora il convento di Cesi.
Accompagnato dai quattro “fratelli infermieri” (i frati: Angelo, Bernardo, Leone e Rufino), Francesco, a dorso di un asinello, partito da Rieti, visitate Piediluco, Terni, Stroncone e Sant’Urbano, giunse nel romitaggio di Cesi. Qui i devoti frati, constatato il pietoso stato di salute del loro “padre”, si preoccuparono di offrirgli un più comodo giaciglio: costruirono accanto alla chiesetta, una capanna di frasche e loto, fornita di un lettaccio di tavole.
In quei giorni, durante una medicazione alle sacre Stimmate, un fraticello che stava assistendo il Santo, raccolse un poco di quel prezioso sangue, da allora conservato e successivamente custodito, precisa Antonio da Orvieto, in una «picciola ampolla, o vasetto posto dentro un Tabbernacolino d’Argento» (Antonio da Orvieto, Cronaca, 1717).
Il luogo francescano dell’Eremita, oltre ad aver avuto il gaudio di essere lustrato dalla delicatissima immagine dell’Apostolo umbro dei primi anni della sua vita religiosa, ebbe l’onore di essere profumato dalla sagoma cenciosa ed emaciata del Santo stimmatizzato, divenuto immagine perfetta di Cristo!
Sino al febbraio-marzo 1226, frate Francesco dimorò all’Eremita degli Arnolfi, poi si trasferì a Siena per ulteriori e vani tentativi di cura; da Siena, nel maggio-giugno 1226, fu condotto ad Assisi. Dopo pochi mesi frate Francesco morì. Era il 3 ottobre 1226.
Dopo la morte del Santo, molti dei suoi più intimi compagni, delusi dalla distorta evoluzione dell’Ordine - che proponeva una interpretazione più elastica della Regola in riferimento all’obbligo della povertà assoluta - si rifugiarono all’eremo di Cesi-Portaria. Si ritirò su questo monte frate Leone, compagno inseparabile e confessore dell’Apostolo umbro. Documentate, inoltre, sono le presenze del beato Egidio, carissimo compagno dell’Assisiate, e del beato Corrado da Offida.
Il convento fu sempre importantissimo centro della più stretta e rigorosa spiritualità francescana, mantenendo inalterata nel tempo, quell’atmosfera mistico-leggendaria tipica dei “Fioretti”; dal 1213 al 1867, nella solitudine di questo luogo, sottolineano le fonti, «sempre rinverdì l’albero della religione minoritica».
Il 23 maggio 1291, papa Nicolò IV concesse indulgenza a tutti coloro che avessero visitato la chiesa della Eremita.
Nel ‘300, il romitaggio accolse i beati: Giovanni della Valle, Gentile da Spoleto e Paoluccio Trinci da Foligno; quest’ultimo, ottenute le dovute concessioni, qui attuò la sua grande riforma detta degli “Osservanti”: «vivere la purità della Regola, non osservata nell’Ordine, con quella povertà che la fondò il glorioso Padre Francesco» (Wadding, Annales).
Nel 1385, frate Bartolomeo da Pisa, ricordando il cenobio di Cesi, lo descrive come segue: «il devotissimo luogo dell’Eremita, voluto da San Francesco, continuamente ha ospitato frati, osservanti la Regola alla lettera» (Bartolomeo da Pisa, De conformitate, 1385-1390).
Nel ‘400, il convento fu lustrato dalle presenze dei Santi: Giacomo della Marca, Giovanni da Capestrano e Bernardino da Siena; quest’ultimo, ampliando il fabbricato, conferì alla struttura l’aspetto attuale.
Sempre nel ‘400, all’Eremita visse il beato Francesco da Pavia, il quale, ammansito un lupo, giunse persino a comandargli «di far scorta a un asinello che andava al convento carico di elemosine per i frati» (B. Bazzocchini, Cronaca, 1921).
Ancora in quegli anni, il venerando luogo accolse il beato Francesco da Brescia ed il giovane novizio frate Giacomo delle Corone da Portaria. Di quest’ultimo si tramanda che fosse intento pregare dinanzi all’immagine della Vergine posta nella chiesa, quando la stessa gli suggerì la recita di una nuova Corona: al cenobio degli Arnolfi nacque, così, la Corona francescana, che tuttora pende dal cordiglio di tutti i frati!
Nel 1532, l’Eremita passò ai “Riformati”, francescani «infiammati di Spirito Santo», decisi a rivivere la Regola ed il Testamento di Francesco “ad litteram et sine glossa” (“alla lettera e senza commento”).
Nel ‘500, il sacro monte fu santificato dalle presenze dei beati Giovanni Spagnolo e Ambrogio da Milano, protagonisti di stupendi prodigi.
Uno scrittore vissuto nella seconda metà del ‘600, parlando del luogo, sottolinea «l’angelica vita» lì condotta dai «buoni Religiosi».
Nel ‘600, fra le mura di quest’eremo, vissero, tra gli altri, i venerabili frati: Pietro da Montefranco, Antonio d’Amelia, Cornelio da Cascia e Antonio da Nocera; di quest’ultimo si narra: «Onde per lo spazio di due anni continovi, che resse Antonio (da Nocera) quella santa Casa, pochi giorni passavano che non si vedessero più coppie di Religiosi o stratarsi in terra per essere calpestati, o carichi di varij stromenti di mortificazione, o dirsi colpa dè propri difetti, benché minimi, l’un all’altro (...); sembrava il Convento abitazione d’Angeli piuttosto che d’Uomini normali» (Antonio da Orvieto, Cronaca, 1717). Toccante la Cronaca che narra come un Angelo del Signore, in una buia notte invernale secentesca, fosse accorso alla Romita, portando agli affamati fraticelli un cesto di buonissimo pane.
Nel ‘700, il convento venne dichiarato “Ritiro”: luogo designato all’osservanza più stretta della Regola di Francesco. Le principali regole del Ritiro erano: «da due a tre ore di meditazione, da sette ad otto ore di coro ogni giorno; sette quaresime all’anno (280 giorni di digiuno!!!); silenzio rigoroso, povertà estrema; penitenze che si sarebbero dette inosservabili» (Agostino Gemelli, Il Francescanesimo, 1932).
Il solitario romitaggio di Cesi continuava ad essere focolaio ardente della più alta spiritualità francescana.
In questo secolo vissero sul sacro monte, il beato Leopoldo da Gaiche ed i venerabili: padre Pietro da Bagnaia, padre Domenico da Orvieto, padre Antonio da Torri in Sabina e frate Giovan Battista da Spoleto. Di quest’ultimo la tradizione narra cose straordinarie: «come stendendo il suo mantello sopra animali malati facesse loro acquistare perfetta guarigione; come si moltiplicasse il pane fra le sue mani quando lo distribuiva ai poveri, e questo si racconta pure del vino, dell’olio, ecc., ecc. » (B. Bazzocchini, Cronaca, 1921).
Dopo la Soppressione francese, il Sacro luogo di Cesi-Portaria fu lustrato dalla presenza del giovane Francesco Possenti (futuro San Gabriele dell’Addolorata), qui giunto per parlare con suo zio frate (padre Fedele Carrarini da Terni), ed essere consigliato sulla definitiva scelta di vita religiosa.
Presto, i religiosi della Romita vennero investiti da una successiva “tempesta demolitrice”: la Soppressione italica. Il 17 gennaio 1867, un drappello di autorità governative e demaniali salì l’erta del monte con l’ordine di evacuare il convento. Con maniere degne della più raffinata inciviltà, l’ordine venne eseguito: i frati, senza condizioni, vennero cacciati dal sacro luogo.
La Soppressione italica, quindi, costrinse la mite “famiglia francescana” a lasciare definitivamente il romitorio, il quale, divenuto proprietà demaniale, fu venduto ad una facoltosa famiglia del luogo.
Dopo essere stato dimora di coloni, il convento cadde nel più desolante degli abbandoni; e quando sembrava ormai destinato ad una inesorabile scomparsa, nel 1991, divenne dimora del provvidenziale frate Bernardino Greco, il quale, aiutato da un incredibile numero di “francescanofili”, provenienti da tutta Italia e da molti paesi europei, ha dato avvio all’opera di recupero: restaurazione delle sconquassate mura e, obiettivo fondamentale, ripristino dei valori più autentici del francescanesimo.

Oggi il vasto complesso monastico, completamente restaurato, è tornato all’antico splendore.

(Si ritiene utile informare che il “sacro monte dell’Eremita”, nel 2002, è stato convenientemente scelto quale “set” del film «Francesco», di Michele Soavi, con l’attore Raoul Bova, interprete del Santo assisiate; ma già nel 1972, Franco Zeffirelli, nel “girare” alcune scene del celeberrimo film “Fratello Sole e Sorella Luna”, scelse, quale “sfondo” paesaggistico, l’ubertosa Valle ternana!).

Frate Bernardino - Convento L’Eremita - 05030 Cesi (TR);
email: info@la-romita.net
sito: http://www.la-romita.net


paolorossi62@tele2.it



 
 



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